Il ciclo biologico delle zecche dure

Il ciclo biologico delle zecche dure (Ixodidae) è caratterizzato da una metamorfosi incompleta e, dopo la schiusa delle uova, da tre stadi di sviluppo separati da mute: larva, ninfa, adulto. La metamorfosi da uno stadio al successivo richiede sempre un pasto di sangue (si parla infatti di parassitismo obbligato). L’assunzione di sangue precede le mute, l’ovodeposizione e la spermatogenesi (ad eccezione dei maschi che non si nutrono, in quanto la spermatogenesi è già completa allo stadio ninfale).

Dalle uova, dopo 30-50 giorni, escono larve esapode (generalmente in primavera) che per diversi giorni rimangono nelle vicinanze attendendo il passaggio di un ospite adatto. Lo stadio larvale è quello più critico: in mancanza di cibo o in condizioni ambientali sfavorevoli le larve non vivono più di 5-6 mesi. La metamorfosi da larve a ninfe, dopo il pasto, può avvenire entro un periodo compreso tra 2 settimane e 5 mesi. Le ninfe, che presentano otto zampe come gli adulti, a loro volta cercano l’ospite adatto su cui nutrirsi trasformandosi in adulti dopo un tempo variabile da 2 settimane a 7 mesi di tempo.

La nutrizione nelle larve, nelle ninfe e nei maschi avviene generalmente senza interruzioni, mentre nelle femmine adulte avviene in due fasi: una iniziale, molto lenta e con un modico aumento di peso, che dura alcuni giorni; ed una finale, rapida, che porta alla loro completa replezione. Durante la prima fase di suzione, il sangue assunto viene utilizzato per la produzione di un feromone necessario per l’attrazione del maschio, mentre il sangue assunto nella seconda fase viene utilizzato per la produzione delle uova (Manilla 1998).

La riproduzione è sessuata e può avvenire sia sull’ospite che nell’ambiente esterno. Il maschio pone la propria superficie ventrale a contatto con quella della femmina e vi si fissa mediante il rostro; dopo aver dilatato l’apertura genitale della femmina mediante i cheliceri e l’ipostoma, vi aderisce una spermatofora prelevata dal suo poro genitale. Dopo questa fase il maschio muore, mentre la femmina fecondata, a fine pasto, si stacca dall’ospite e, dopo un periodo di preovodeposizione, comincia a deporre da 500 a 3000 uova. Questa operazione può durare fino a 10-30 giorni durante i quali la femmina, servendosi dei palpi, forma dei grappoli di uova. Queste, delle dimensioni di circa mezzo millimetro, vengono ricoperte con sostanze specifiche anti-essicamento. A fine deposizione la femmina muore. A seconda delle condizioni ambientali la schiusa avviene da 14 a 3 mesi dopo la deposizione. Nei casi in cui le femmine depongano ad estate inoltrata e fine autunno, le uova schiudono non in primavera ma l’estate successiva arrivando così ad un periodo di 280-350 giorno. Ogni femmina può produrre sino a 12000 uova.

La durata del ciclo biologico varia in relazione a numerosi fattori, ed in particolare al numero di ospiti utilizzati, alla reperibilità degli ospiti stessi ed alle condizioni ambientali. In caso di mancato reperimento di ospiti o se le condizioni climatiche non sono favorevoli, le zecche possono temporaneamente adottare uno stato di quiescenza, conseguente all’arresto dei processi metabolici, detto “diapausa”, che prolunga la durata dei cicli rendendoli variabili. Le zecche sono, infatti, gli artropodi che riescono a resistere più a lungo di altri senza alimento. Più del 90% della loro vita si svolge nell’ambiente esterno, periodo in cui la zecca rimane in balia degli agenti ambientali, inattiva e con bassi livelli di metabolismo. Seguono periodi, peraltro brevi, di rapido sviluppo durante i quali si verifica il pasto. Tali variazioni mettono alla dura prova tutte le strutture, sia esterne sia interne, della zecca. Ad esempio, una caratteristica delle Ixodidae consiste nell’abilità di imbibirsi e concentrare un elevato volume di sangue dell’ospite (fino a 5 ml), con eliminazione nell’ospite stesso, attraverso fasi di suzione e rigurgito, di ioni in eccesso e acqua; parallelamente il tegumento si elasticizza e permette l’accrescimento in volume. Nelle situazioni estreme le zecche hanno sviluppato specifiche strategie di sopravvivenza nell’ambiente esterno mediante l’economia delle riserve nutritive, ma soprattutto mantenendo efficacemente un minimo contenuto d’acqua corporea. Per tutti gli artropodi terrestri, che hanno un grande rapporto superficie/volume, il bilancio idrico corporeo è critico. Da un punto di vista fisiologico esso viene mantenuto grazie ad uno strato superficiale di lipidi che minimizza l’evaporazione, mentre la respirazione viene controllata mediante una serie di valvole o strutture specializzate atte a limitare la perdita di molecole di acqua. L’escrezione di sostanze azotate di rifiuto avviene in una forma che recupera l’acqua (acido urico o guanina), e con riassorbimento dalle feci ad opera del retto. La suscettibilità alla disidratazione e alle altre condizioni abiotiche esterne dipende dallo stadio, dal sesso dall’età e dalle condizioni fisiologiche. La principale riserva d’acqua risulta essere l’emolinfa, mentre le più comuni risorse provengono dal bere, dall’acqua contenuta nel cibo, dall’assorbimento di vapore acqueo contenuto nell’aria insatura e dai processi metabolici.

Le zecche a “tre ospiti”, o polifasiche come Ixodes ricinus, utilizzano individui diversi per cibarsi ad ogni stadio (Locatelli et al. 1984) (Manilla 1998). La ricerca dell’ospite avviene con modalità diverse a seconda che le zecche siano di tipo endofilo (compiono tutto il ciclo in ambienti chiusi come tane, grotte, nidi, ecc.) o esofilo (compiono il ciclo in ambiente esterno). Le larve, a carattere endofilo, necessitano di ambienti con condizioni microclimatiche costanti, attendono l’ospite (microroditori) sul terreno e sugli strati bassi della vegetazione, si cibano principalmente di notte ed attaccano l’ospite durante il sonno. Le ninfe e gli adulti, a carattere esofilo, utilizzano la vegetazione per raggiungere una determinata altezza dal suolo; si arrampicano su steli erbosi o cespugli dove si ancorano, protendendo i palpi ed il primo paio di zampe, in attesa di captare la presenza di ospiti attraverso la ricezione di segnali chimici o termici (utilizzano l’organo di Haller, posto sulle zampe, che rivela la presenza di anidride carbonica, ammoniaca, acido lattico e movimento). Una volta percepiti gli stimoli, le zecche si lasciano cadere dalla vegetazione e si aggrappano all’ospite. Se le condizioni climatiche di temperatura e umidità sono favorevoli queste zecche agiscono nelle ore diurne. La zecca si attacca all’ospite con l’apparato buccale e inizia a nutrirsi alternando momenti di suzione e di rigurgito. L’adulto di Ixodes ricinus si alimenta mediamente per 14 giorni, la ninfa per circa 7-8 giorni e la larva per 5-6 giorni; sono necessari periodi così lunghi perché le Ixodidae non aspirano il sangue ma si ingorgano lentamente sfruttando la pressione sanguigna dell’ospite compiendo un’operazione di filtraggio del sangue, trattenendo la parte corpuscolata e rinviando all’ospite la parte liquida. Con questo meccanismo le sostanze tossiche e i microrganismi passano dalla zecca all’ospite e viceversa (Puccini 1992).

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